C’è speranza per l’Afghanistan?



L’arte, la politica, e l’azione umanitaria cercano di rispondere a questa domanda

 

Di Margarida Teixeira |24-02-2017|

C’è speranza per l’Afghanistan? Questa è una domanda che è stata posta moltissime volte negli ultimi 40 anni: durante la guerra d’Afghanistan con l’Unione Sovietica nel 1980, durante la guerra civile dal 1996 al 2001, durante l’intervento della NATO e più recentemente con il progressivo  inasprimento del conflitto tra gli insorti afghani e il governo  supportato dall’occidente.

Il 31 gennaio 2017, durante una nuova mostra a Parigi, si è tenuta una tavola rotonda sulla situazione in Afghanistan. L’opportunità è emersa da una serie di fotografie scattate dall’artista Sandra Calligaro durante una visita di tre mesi in Afghanistan. Grazie al sostegno di diverse ONG, le è stata data la possibilità di visitare nove province  e di intervistare varie persone. L’artista ha poi convertito alcune porzioni delle interviste e le immagini degli individui in un saggio fotografico dal titolo “Storie Afghane – Aspettando la Speranza”. La mostra è stata patrocinata dalla direzione generale per gli Aiuti umanitari e la protezione civile della Commissione europea (ECHO) e da una mezza dozzina di altre ONG di fama internazionale che sono supportate da meccanismo di pronto intervento di ECHO (ERM). Calligaro ha lavorato tra Francia e Afghanistan per 10 anni. Tuttavia, con la sicurezza in Afghanistan che si deteriora, il suo accesso a determinate zone è diventato sempre più limitato. , Di conseguenza, ha avuto solo un’ora e mezza per intervistare ogni famiglia.

Sono molti i problemi nell’Afghanistan di oggi.  Nonostante la violenza sembri catturare la maggior parte dell’attenzione, a lungo termine la corruzione endemica può essere considerata come principale colpevole della paralisi del paese. Ma anche per chi riesce a lasciare l’Afghanistan, il futuro non è necessariamente luminoso. E’ stato questo uno dei temi principali discussi durante la tavola rotonda: la situazione dei rifugiati e richiedenti asilo che vengono rispediti al loro paese d’origine dall’Europa (a seguito di un recente accordo tra l’UE e il governo afghano), e dal Pakistan. Il rappresentante della ONG francese Action Contre la Faim ha dichiarato: “[l’Afghanistan] non è in grado di occuparsi di  tutte queste persone … la maggior parte non ha mai visto la loro terra d’origine, essendo nata in paesi stranieri a seguito di guerre precedenti, e non ha radici, terra, lavoro, e accesso alle cure sanitarie e l’istruzione pubblica”. Questa affermazione è stata ribadita da un rappresentante del ECHO, che ha aggiunto che la distribuzione delle terre ai rimpatriati ed il rilascio dei documenti necessari all’accesso agli scarsi servizi pubblici è di massima importanza. Il rappresentante ha tuttavia anche indicato “il difficile contesto politico (multi-etnico) in una situazione di guerra” come uno dei principali ostacoli per un piano di ridistribuzione a livello nazionale che garantisca un tetto ai rimpatriati.

Eppure, verrebbe da chiedersi,  perché l’UE, che è a conoscenza di questo problema, rinvia gli afghani richiedenti asilo in un ambiente ostile? “Queste decisioni non sono solo informate da preoccupazioni umanitarie, ma anche da questioni geopolitiche e di sicurezza” è stata la giustificazione fornita dall’ambasciatore di Malta, H.E. Patrick Mifsud. Questa domanda critica non ha mai ricevuto una risposta adeguata. La  posizione di Amnesty International, secondo cui l’accordo tra l’UE il governo afghano è legato ai finanziamenti dell’Unione Europea è stato negato con veemenza dal rappresentante dell’ECHO. Un afghano tra i membri del pubblico ha definito il governo afghano corrotto e illegittimo, ed ha  domandato se gli aiuti finanziari forniti dall’UE al governo afghano  fossero stati dati indipendentemente. ECHO ha rapidamente preso le distanze dal governo afghano (sostiene solo le ONG che operano nel paese per fornire, tra gli altri servizi, l’indispensabile assistenza sanitaria ) ed ha dichiarato che alcunii meccanismi anti-corruzione sono già attivi. Ciò nonostante, rimanel’impressione che l’Afghanistan sia impantanato in un paradosso: ci sono troppi aiuti, eppure gli aiuti (efficaci) sono troppo pochi.

La mostra e la tavola rotonda si sono svolte in un piccolo ma noto centro artistico di Parigi chiamato la Point Ephémère. Dal punto di vista di un neofita , sembrerebbe che l’Afghanistan riesca ancora a mobilitare e coinvolgere nell’obiettivo di costruire una società pacifica nel paese.  Tuttavia, nonostante gli investimenti da parte dell’UE e di altri paesi, la situazione non sembra vicina ad una risoluzione, e una gran parte della popolazione continua a non avere accesso ai servizi di base. Per i rifugiati afghani che vagano per le strade di Parigi perché non hanno nè un tetto sopra le loro teste,  nè l’assistenza legale per chiedere asilo, rimanere ottimisti è difficile.

Forse il punto più rilevante sulla situazione in Afghanistan è stato sollevato da un rappresentante della ONG Solidarités Internationale: ” se non cambiamo il paradigma, tra quindici anni terremo ancora tavole rotonde come questa, sul povero e sofferente popolo afghano”. Il rappresentante di Solidarités Internationale ha sottolineato che i molti aiuti forniti all’Afghanistan dalla UE sarebbero stati spesi meglio se fossero stati utilizzati allo scopo di promuovere l’istruzione e la cultura afghana, una dichiarazione alla quale il pubblico ha applaudito.

Quindi, gli afghani possono rimanere speranzosi? Alcuni hanno resistito, alcuni hanno rinunciato, ed altri hanno rischiato di lasciare il paese nel tentativo di ottenere lo status di rifugiato e di mettere al sicuro le proprie vite. Sembra inoltre che la situazione in Afghanistan stia cominciando a non godere più dell’attenzione internazionale, al punto tale che non è più garantita la protezione per i rifugiati che ne hanno più bisogno. Come per i somali a Dadaab, in Kenya, non sono solo i paesi occidentali a spostare la loro attenzione lontano dall’Afghanistan, ma anche stati confinanti come Iran e Pakistan, che attualmente ospitano rifugiati afghani.

L’Afghanistan diventerà l’ombra di una nazione tormentata dagli estremisti, proprio come la Somalia?

Come il rappresentante del ECHO ha dichiarato durante la mostra, “In queste foto riconosco l’Afghanistan che ho visto durante i miei viaggi … il coraggio, l’orgoglio e la forza della sua gente.” Ha affermato di non aver mai visto persone così compassionevoli, disposte ad accogliere  gli stranieri, la maggior parte dei quali erano rimpatriati, nelle loro case. Non è chiaro per quanto tempo questa solidarietà possa durare – entro marzo 2018, 600.000 rifugiati dovrebbero essere espulsi dal Pakistan verso l’Afghanistan. Ma il rispetto e l’ammirazione per il popolo afghano dovrebbero spingerci a “cambiare il paradigma” e a essere più intelligenti e più efficaci nel fornire aiuti al paese. Dobbiamo continuare a ravvivare la fiamma della speranza che il popolo afghano sta aspettando, e che gli era stata promessa nel 2001 dalla coalizione NATO.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in inglese su  Words in The Bucket.

 


Margarida Teixeira è una studentessa portoghese in Human Rights & Humanitarian Action a Parigi, con esperienza precedente in filosofia e cinema. Si interessa particolarmente di questioni di genere nel mondo persiano (Iran e Afghanistan).