E’ Davvero Questa L’Europa?



Lesbo e i diritti umani all’ombra dell’accordo UE-Turchia

Di Cristina Orsini | 24-01-2017|

 

La Turchia è proprio lì. Con lo sguardo rivolto al mare da Mitilene, la capitale dell’isola di Lesbo, quel pensiero mi passava spesso per la mente. La costa della Turchia si disegna all’orizzonte, come un pezzo di terra bluastra nella foschia, e come un’apparente continuazione della stessa isola nei giorni sereni. Nel suo punto più stretto, lo stretto che separa Lesbo dalla Turchia è poco più ampio di 5 chilometri: un frammento di mare che separa la Grecia dalla Turchia, L’Europa dall’Asia, passaporti che possono aprire il mondo a chi li possiede, e passaporti che lo limitano. Penso a quelli che guardano oltre al mare dall’altra parte, come ho fatto durante una visita in Turchia, pensando che l’Europa è proprio lì. Devono essere loro che sentono di più l’arbitrarietà intrisa in questa massa d’acqua.

Sull’isola di Lesbo, lo stretto di Mitilene non è l’unica demarcazione che sembra così arbitraria per migranti, richiedenti asilo, o rifugiati. Il 20 Marzo 2016 è una divisione temporale che definisce la sorte di coloro che speravano che l’Europa fosse sinonimo di protezione ed opportunità. Infatti, secondo la dichiarazione congiunta dell’UE e della Turchia “tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia”. In pratica, questo vuol dire che i migranti e i richiedenti asilo che hanno raggiunto Lesbo dopo il 20 Marzo non possono lasciare l’isola legalmente fino a quando le autorità si pronunciano sul loro futuro – e per questo ci vogliono almeno mesi. Quindi, Lesbo e le altre isole dell’Egeo, che funzionavano precedentemente come luoghi di transito, sono state trasformate in luoghi di detenzione. Sono state trasformate in luoghi dove le fondamenta dell’Europa come pilastro dei diritti umani si erodono, giorno dopo giorno.

Dopo tutto, l’accordo UE-Turchia straccia i principi più basilari della protezione dei rifugiati, sanciti nella convenzione sui rifugiati del 1951 creata dopo la seconda guerra mondiale proprio per proteggere i rifugiati Europei. L’accordo è stato firmato sulla base del presupposto che la Turchia sia un “paese terzo sicuro” per i rifugiati, nonostante sia l’unico paese al mondo che mantiene limitazioni geografiche sulla ratifica della convenzione sui rifugiati (assicurando l’asilo solo a richiedenti Europei). E’ stato firmato quando, anche prima di Marzo, alcune tra le più grandi organizzazioni per i diritti umani avevano riportato che le persone che scappavano dalla Siria e dell’Iraq erano rispedite nelle loro zone di guerra rispettive (cosa che è proibita dal diritto internazionale perché viola il principio di non-refoulement).

Quando i richiedenti asilo vengono rispediti in Turchia finiscono in centri di detenzione senza alcuna rappresentazione legale, e dove non c’è quindi possibilità di monitorare quello che gli succede. Dopo tutto, la UE non sembra aver un grande interesse in un tale monitoraggio. Nelle parole di Demba*, un richiedente asilo dell’Africa dell’ovest, “non interessa a nessuno sapere cosa succede ai deportati dopo la loro deportazione […] l’unico interesse è di cacciarli dai confini dell’Europa”. Infatti, l’accordo continua ad essere valido mentre il governo Turco sembra aver abbandonato ogni tentativo di apparenza di protezione dei diritti umani, imprigionando i propri avvocati e giornalisti, tra molti altri. Più che un presupposto delirante, l’idea che la Turchia sia un paese terzo sicuro sembra una farsa.

Ma quelli che l’Europa l’hanno raggiunta, approdando sull’isola di Lesbo, non evitano condizioni terribili. Il primo luogo dove i nuovi arrivati sono portati è Moria. Ufficialmente un “centro di accoglienza e identificazione”, Moria viene chiamato “centro di detenzione” dalla maggior parte degli osservatori, e “prigione” da quelli che ci sono passati. Circondato da cancelli su cui troneggia il filo spinato, Moria ospita un numero di persone decisamente superiore alla sua capienza, in condizioni molti inferiori ad ogni standard umanitario. A Moria si vive per mesi in tende sovraffollate, con quasi nessuna protezione contro il vento e la pioggia dell’inverno, e in condizione igieniche poverissime. Ma uno degli aspetti più lamentati è la mancanza di variazione dei pasti distribuiti nel campo. Questo non è solo per l’effetto della mancanza di una dieta equilibrata sulla salute del corpo, ma soprattutto per l’effetto che la continua reiterazione dello stesso pasto ha sulla mente: molti si sentono semplicemente trattati “come animali”. Data la mancanza assoluta di ogni tipo di attività ricreativa o sportiva, la routine quotidiana a Moria è riempita da ore e ore di fila (ripetute tre volte al giorno) per assicurarsi “lo stesso pasto tutti i giorni”. L’esistenza delle persone è ridotta a sopravvivenza nuda, ed è questo senso di disumanizzazione che affligge di più gli abitanti di Moria.

Inoltre, si sopportano tali condizioni mentre si aspetta che il proprio futuro venga determinato da qualcun altro tramite una procedura che rimane incompresa, e con tempistiche che a nessuno è dato conoscere. Che cosa sto aspettando? Cosa viene dopo? Per quanto ancora devo aspettare? Sono queste le domande che si inseguono, senza risposta, nella mente degli abitanti di Moria, mentre vengono abbandonati in un labirinto di incertezza e disinformazione. “Una persona può rimanere in prigione per anni, e non impazzirà perché sa quale crimine ha commesso e può contare i giorni che gli rimangono in prigione. Ma a Moria è diverso. Nessuno ti dice il tuo crimine, e nessuno ti dice quando uscirai – è questa la cosa più frustrante” spiega Demba.

La paura che inevitabilmente va a braccetto con l’incertezza è accompagnata dalla paura della violenza nel campo. Infatti, nelle attese per i pasti senza fine, spesso scoppiano risse. Piuttosto che facilmente accantonate come “risse interetniche” come si legge su molti giornali, queste eruzioni di violenza sono strettamente legate alle condizioni in cui le persone sono obbligate a vivere. In un luogo sovraffollato e disumanizzante, le risse non sono solo naturali, ma sono anche l’unico canale per sfogare rabbia e noia. In più, queste risse vengono facilmente lasciate all’escalation mentre le autorità e la polizia, normalmente onnipresenti, sembrano evaporare per comparire solo quando la violenza ha trovato il suo termine.

Ma le risse non sono l’unico caso in cui le autorità sembrano non svolgere il proprio lavoro quando si tratta problemi tra rifugiati. Se denunciare un crimine è naturale per un cittadino Greco, diventa quasi impossibile per un richiedente asilo. E mentre tutti i richiedenti asilo soffrono di questa discriminazione strutturale, alcuni vengono discriminati più di altri. Sembra che alle richieste d’asilo venga data priorità sulla base della nazionalità dei richiedenti, piuttosto che la loro data di arrivo o la loro effettiva vulnerabilità. Di conseguenza, alcune nazionalità come Pakistani ed Afgani si ritrovano a dover aspettare molto più di altri, per poi spesso scoprire che la loro richiesta è stata rifiutata. Inoltre, stanno emergendo sempre più casi di individui detenuti sulla base della loro nazionalità. I Nord Africani e le persone provenienti da alcuni paesi asiatici come il Pakistan e il Bangladesh vengono detenuti per periodi indefiniti (e per l’intera durata della procedura d’asilo) sulla base della considerazione che le loro domande d’asilo hanno poca possibilità di essere accettate. Il fatto che ogni richiesta d’asilo deve essere studiata individualmente, e il principio più basilare della non-discriminazione, sono tutti calpestati a Moria.

L’attesa, che sembra vana, accompagnata dalla mancanza di distrazioni in condizioni di vita disumanizzanti stanno, letteralmente, portando le persone alla follia. L’esistenza è ridotta a sussistenza, privata di scopo e di sogni per qualsiasi futuro. Gli stessi che sono sopravvissuti alla guerra, alla persecuzione e alla povertà e che hanno avuto il coraggio di affrontare i viaggi più ardui stanno crollando psicologicamente all’interno delle frontiere dell’Europa, non solo per quello che hanno visto nel passato, ma per le esperienze che stanno vivendo a Lesbo. I suicidi diventano più comuni, e alcuni contemplano la possibilità di rischiare una traversata al contrario, per tornare in Turchia e cercare altre strade verso la protezione. Sembra che la UE e la Grecia abbiano deciso di affrontare la “crisi” dei rifugiati a Lesbo privando le persone della loro umanità, appropriandosi delle loro speranze, e rubandogli il desiderio di vivere.

Lo scopo ufficiale dell’accordo UE-Turchia era di fermare il traffico di persone e di “offrire ai migranti un’alternativa a mettere a repentaglio le proprie vite”. Certamente, questo è fallito. Se gli arrivi sono diminuiti in Grecia, sono aumentati in Sicilia, la destinazione di una rotta che è inevitabilmente più pericolosa. E gli arrivi a Lesbo potrebbero nuovamente aumentare se il presidente turco Erdogan decide di riaprire le frontiere come ha recentemente annunciato come ricatto all’Europa. Invece, l’effetto è stato di trasformare Lesbo nel luogo dove “l’Europa fortezza” cerca di erigere le sue mura più alte, al costo dei diritti umani. Le tensioni stanno crescendo. Lesbo e altre isole dell’Egeo hanno recentemente vissuti episodi di violenza, incendi nei campi, e scontri con forze dell’ordine e gruppi di estrema destra, il tutto aggravato dal gelo dell’inverno. Se queste tensioni dovessero fare notizia, posso essere pienamente capite solo nel contesto di continue violazioni.

Essendo orgogliosa di essere Europea, pensavo che se un’identità europea esiste, si manifesta nel rispetto dei diritti umani (almeno all’interno dei confini dell’Europa stessa). Dopo aver visto la situazione a Lesbo, mi chiedo se quella Europea con la quale mi identifico esiste davvero. Se l’Europa è pronta a violare le proprie leggi e a calpestare i diritti umani di persone che si trovano entro i suoi confini, la nazionalità di queste persone non ha nessuna importanza. I diritti umani, per definizione, non dipendono da dove si viene. Per me, se l’Europa viola i diritti dei migranti, allora è pronta a violare anche i miei.

Nonostante questi pensieri grigi, a Lesbo ho trovato anche un po’ di speranza. La speranza giace nella resistenza di alcuni rifugiati, che sopportano la violazione della propria dignità, ma riescono ancora a sognare. La speranza giace anche nella solidarietà di molti a Lesbo e oltre, che continuano ad esporre gli abusi, a lavorare per cambiare la situazione, e a credere fermamente che i nostri sogni non dovrebbero essere limitati dal lato dello stretto sul quale siamo nati.

 

*Il nome è stato cambiato per proteggere l’identità dell’intervistato.

 

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Cristina Orsini è la co-fondatrice di Thraedable.