Canne & Democrazia



Perché depenalizzare le droghe leggere in Tunisia sarebbe un passo verso una democrazia più vera

Di Cristina Orsini |27-04-2017|

Il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Tunisia, convocato dal presidente tunisino Beji Caid Essebsi a Cartagine il 15 marzo 2017, ha parlato di terrorismo e di sicurezza nazionale, ma anche di canne. Infatti, tra gli argomenti all’ordine del giorno della riunione c’era anche la riforma della legge 52, che impone una pena minima obbligatoria di un anno per il consumo o il possesso di qualsiasi sostanza stupefacente. Nel caso d’infrazioni ripetute, la stessa legge prevede una pena minima obbligatoria di cinque anni. Essebsi aveva promesso la revisione della legge 52 durante la sua campagna elettorale nel 2014. Più di due anni dopo, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha finalmente deciso di dare ai giudici la possibilità di ridurre la pena prendendo in considerazione eventuali circostanze attenuanti, mentre il parlamento dovrà discutere ulteriormente una più ampia riforma della legge.

L’esito della riunione del 15 Marzo, però, potrebbe non essere sufficiente per gran parte del popolo tunisino, che si è mobilitato contro la Legge 52. Con gli hashtag “# Baddel52” (“cambiare la legge 52”) e “الحبس_لا” (“no alla prigione”) cittadini e figure pubbliche chiedono, infatti, l’abrogazione immediata della legge 52. Un famoso giornalista ha ammesso in diretta televisiva di aver fumato la “zatla”, la parola tunisina per la cannabis; e Human Rights Watch, Avvocati Senza Frontiere, e il Réseau d’Observation de la Justice Tunisienne hanno inviato una lettera congiunta al Parlamento tunisino chiedendo di abrogare la legge 52, considerata come un punto di partenza per le violazioni dei diritti umani. Mentre ci possono essere forze politiche che difendono la legge 52, l’opposizione all’estrema rigidità di questa legge sembra resistere su tutto lo spettro politico, e persino membri del partito islamico Ennahda hanno chiesto la sua abrogazione.

La mobilitazione pubblica contro la legge 52 si può spiegare con i numeri. Secondo il ministro della Giustizia Ghazi Jeribi, la legge 52 ha portato alla detenzione di più di 6.500 persone solo nel 2016, quasi il 30% di tutti i prigionieri in Tunisia. Anche la recidività resta alta: più della metà di chi è arrestato continua a consumare droghe. La legge 52 ha quindi fallito come deterrente. In più, di coloro che si trovano nelle carceri della Tunisia per il consumo o il possesso di droga, circa il 70% ha consumato o posseduto cannabis. Infatti, la legge 52 non fa alcuna differenza tra droghe leggere e pesanti. Di conseguenza, colpisce spesso i giovani, interrompendone gli studi e lo sviluppo personale con una condanna che macchia la reputazione, spesso escludendoli da opportunità di lavoro che già sono scarse. Come gli approcci repressivi in ​​altre parti del mondo, questa legge sembra aver fallito il suo compito di ridurre il consumo di droga.

Ma la portata della legge 52 in Tunisia va ben oltre la questione del consumo di droga. La legge 52 è stata promulgata nel 1992 da Ben Ali, presumibilmente per salvare l’immagine internazionale della Tunisia dopo che suo fratello, Habib Ben Ali,fu condannato in contumacia da un tribunale di Parigi a dieci anni di carcere per il suo coinvolgimento nella cosiddetta “couscous connection”, una rete di traffico di droga internazionale incentrata in Tunisia. L’origine della legge 52 è dunque emblematica di un regime che era pronto a salvare la sua immagine internazionale ad ogni costo per i suoi cittadini.

E’ quindi dal 1992 che la legge 52 va di pari passo con gli abusi della polizia che hanno caratterizzato il regime di Ben Ali e che continuano a far capolino nelle Tunisia post-rivoluzionaria. Sono molte, infatti, le testimonianze di giovani tunisini che riferiscono di essere stati umiliati e sottoposti a violenze da parte delle forze dell’ordine al loro arresto sulla base della Legge 52. Alcuni riportano persino di essere stati arrestati senza aver consumato o posseduto alcuna sostanza stupefacente, ma semplicemente dopo aver partecipato ad attività politiche.

La continuata esistenza della legge 52 è un riflesso del vecchio regime e di problemi vissuti dai giovani che continuano ad esistere nella Tunisia di oggi. Infatti, nonostante il ruolo centrale svolto dai giovani nella rivoluzione del 2011, la gioventù tunisina è ancora in attesa di risposte a molte delle sue rivendicazioni, alcune delle quali rimangono le stesse del 2011. La disoccupazione giovanile continua a crescere e le attività ricreative e culturali che permetterebbero ai giovani tunisini di impegnarsi positivamente sono spesso carenti. Ed è nei quartieri popolari, dove la disoccupazione giovanile tende a essere più alta, che la cannabis è maggiormente consumata.

Durante uno dei progetti di Thraedable in Tunisia, ho visitato uno di questi quartieri a Sfax, la seconda città della Tunisia. Entrando nel quartiere di Rbadh, il paesaggio urbano cambia in un batter d’occhio: le strade diventano improvvisamente piene di spazzatura e le case più vecchie e brutte. Samy *, la mia guida che vive a Rbadh, mi indica una piccolissima sala giochi dicendomi che “questo è tutto quello che abbiamo per i giovani qui.” Secondo lui, i giovani di Rbadh crescono in un luogo di criminalità e di droga, dove il consumo (e a volte la vendita) di cannabis è normalizzato. Allo stesso tempo, l’interazione (violenta) con la polizia è un’esperienza quotidiana. Nello slang del quartiere, i vecchi furgoni della polizia che risalgono ai tempi di Ben Ali si chiamano “bare”, perché “quando ne vieni fuori, non puoi più camminare come prima”. Samy stesso ha trascorso del tempo in prigione per reati minori, come molti dei suoi vicini di casa, alcuni dei quali sulla base della legge 52.

Quando questi giovani diventano detenuti, si ritrovano in carceri sovraffollate, alcune piene fino al 150% della capienza massima. Samy mi racconta che ha dovuto condividere il letto con altri due detenuti: uno aveva ucciso sua moglie; l’altro quattro uomini. Infatti, non viene fatta alcuna distinzione tra chi è arrestato per la prima volta e delinquenti a lungo termine: i giovani imprigionati per aver fumato una canna sono quindi a stretto contatto con tutti i tipi di criminali. Tra questi, ci possono anche essere detenuti accusati di terrorismo, che vedono le carceri come terreno fertile per il reclutamento di giovani detenuti. Dopo un anno di prigione, molti giovani tornano a casa con un senso d’ingiustizia e di profonda frustrazione. Incapaci di trovare un lavoro dopo essere stati in prigione e in mancanza di attività alternative, questi giovani incanalano spesso questa frustrazione in comportamenti violenti o criminali. Essere imprigionati per una canna può quindi aprire un ciclo che rovina il futuro dei giovani tunisini: come spesso dice Samy, “le prigioni creano solo criminali”.

Abrogare la Legge 52 potrebbe essere un piccolo passo per rompere questo ciclo di futuri bruciati. Potrebbe contribuire a ridurre il sovraffollamento delle carceri. Potrebbe essere un passo verso la riforma di altre leggi che limitano le libertà individuali, ma soprattutto un segno che i giovani tunisini sono considerati come cittadini da rispettare e coinvolgere, e non come criminali da controllare. Questo dovrebbe essere accompagnato dalla creazione di opportunità per l’impegno positivo dei giovani attraverso attività culturali, nel cuore dei quartieri più emarginati. Per quelli come Samy, potrebbe esserci stata una rivoluzione a Cartagine (la sede delle istituzioni dello stato), ma per diventare una realtà nella quotidianità dei giovani tunisini, la rivoluzione deve essere fatta nei posti come Rbadh. L’abrogazione della legge 52 sarebbe un buon inizio per portare la rivoluzione proprio lì.

* Il nome è stato cambiato per proteggere l’identità.